Estratto da un’intervista ad un grande ricercatore ...

Pubblicato il da Egitto oggi

 

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Intervista a Tiziano Terzani

A cura di Maria Lucia De Luca e Marina Marrazzi - fonte: www.zam.it/

 

La vita è una cosa molto strana e meravigliosa, quando la si vive non ci si rende bene conto di come stanno le cose: si è lì, in quel momento. È solo quando si invecchia che ci si guarda indietro e si vede che c’è un filo che collega tutto. Per me questo filo era la curiosità, la curiosità di capire l’altro. La spinta ad andare là dove c’era qualcosa che non era mio, per capire, per rendermi conto.
Tra noi e l’altro c’è una distanza naturale, noi riteniamo altro lui e lui ritiene altri noi. Nelle guerre questo è ancora più evidente, perché le guerre, è ovvio, nascono quando gli uni non capiscono le ragioni degli altri, e gli uni dicono che il male è lì mentre gli altri dicono che il male è qui, e in nome di questo Dio io ammazzo te e in nome di un altro Dio tu ammazzi me. Bin Laden, Bush, ora Sharon…


In tutte le lingue asiatiche “altro” è una parola orribile. Identifica lo straniero, colui che è fuori, colui che viene da fuori e deve rimanere fuori. Se si è già incapsulati all’interno di una parola che rende stranieri, l’unico modo per avvicinarsi a una cultura è fare come il camaleonte, che prende il colore della foglia se è sulla foglia e il colore della sabbia se è sulla sabbia: diventare sempre di più come l’altro.
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Mi rendo conto che per tutta la vita non ho fatto altro che questo, per tutta la vita una sola cosa mi ha davvero incuriosito: capire gli altri. Ma per capirli bisogna avvicinarli, vivere nel loro mondo. ...

Ma non solo quando una cosa è bella provo il desiderio di condividerla, anche quando mi trovo di fronte un’esperienza orribile, se mi pare di aver capito qualcosa attraverso di essa, mi viene voglia di parlarne agli altri. ...

Se ci si mette a studiare, l’oggetto del proprio studio diventa anche l’oggetto del proprio amore. Il rispetto nasce dalla conoscenza, e la conoscenza richiede impegno, investimento, sforzo. ...

 

Questo è il vero grande problema. Innanzitutto bisogna intendersi sulle parole. Le parole di per sé sono una trappola. Per esempio, cosa significa felicità? Per Gengis Kan forse la felicità era ammazzare un migliaio di persone, chiamare il capo di quella tribù, prendergli la moglie, violentarla sotto i suoi occhi e poi tagliarle la testa. Ma per me quella non è felicità.
Quindi parlare di diritti umani, di universalità dei diritti umani, mi lascia qualche perplessità… Vorrei che i diritti fondamentali fossero sempre rispettati, ma onestamente mi chiedo: siamo tutti d’accordo sull’universalità di questi diritti?
Certo che c’è qualcosa che accomuna gli esseri umani, che dovrebbe essere il rispetto per tutti.
Un occidentale ha forse meno paura della morte di un orientale? Forse la psiche è diversa tra un orientale e un occidentale? Non credo. Un orientale ama più o meno come un occidentale, ha la stessa paura di essere solo... Secondo me di cuore ce n’è uno solo, e il cuore è uguale per tutti, la voce del cuore sa quali sono i diritti umani, i diritti degli animali, il cuore parla allo stesso modo nel petto di tutti, musulmani, ottentotti, bantù, esquimesi, uomini, donne.
IL PROBLEMA È CHE QUESTA VOCE DEL CUORE NON LA STA PIÙ AD ASCOLTARE NESSUNO, C’È TANTO RUMORE, QUELLA È UNA VOCE PICCOLA, CHE BISBIGLIA, PROPRIO UN SOFFIO A VOLTE. ...

 

L’umanità sta affrontando un periodo di spaventosa barbarie, le torri che crollano sono una barbarie, il modo con cui l’occidente reagisce – perché non sono solo bombe americane, sono bombe di tutti – è un’altra barbarie. E Guantanamo – la base americana sull’isola di Cuba dove vengono portati i prigionieri afgani – non è una barbarie? Forse potevano risparmiarsi la foto del marine che tiene l’arabo legato come un cane con la camicia di forza. Quella foto non l’ha mica rubata un paparazzo, l’ha fatta un fotografo ufficiale del Dipartimento della difesa ed è stata diffusa nel mondo perché volevano farla vedere, volevano soddisfare la fame e la sete di vendetta dell’opinione pubblica americana. ...

Ci sono voluti centocinquanta anni per mettere a punto la Convenzione di Ginevra, per dare una vernice di umanità alla convivenza umana, e ora viene tutto messo da parte in nome dell’interesse nazionale americano, della lotta al terrorismo. Di nuovo l’ambiguità delle parole: ma chi è il terrorista? Certo, ci vogliono le istituzioni, ci vorrebbero le leggi, ci vorrebbero le definizioni, ma a corto di tutto ciò bisogna fermarsi, rallentare, bisogna sedersi, chi sa pregare preghi, chi non sa pregare faccia qualcos’altro. E allora prendiamo coscienza di esserci e cominciamo a ragionare, cosa vogliamo diventare, da dove veniamo, dove stiamo andando.
Voi, con le vostre preghiere, trovate una consolazione tutti i giorni… Permettetemi di dire che avete scoperto l’acqua calda, ma quest’acqua calda l’hanno dimenticata tutti. Com’è possibile che con tutte queste scienze delle comunicazioni, con tutti questi telefonini, abbiamo dimenticato le cose fondamentali?
Ma pensi ai suoi nonni, o ai miei bisnonni, la mattina si alzavano e pregavano, andavano nei campi, tornavano la sera e c’era il vespro, prima di andare a cena guardavano il pezzo di pane e dicevano grazie, c’era sempre un momento in cui si ringraziava, oggi siamo tutti distratti, tutti di corsa… A volte mi intristisce un po’ che questa grande vecchia civiltà europea, che aveva una sua storia e che potrebbe ritrovare anche all’interno di se stessa dei valori, deve avere dei giovani che viaggiano fino in Oriente e vanno a cercare la soluzione laggiù.
Credo che occorra cercare in se stessi le proprie radici, la propria ricchezza. Non è un caso che si stia diffondendo proprio il Buddismo, che non è una religione, è una civiltà, non ha comandamenti o dogmi. Einstein diceva che il Buddismo è l’unica religione che si confà alla mentalità scientifica. A Bodhigaya ho visto mongoli, tibetani, cinesi, srilankesi, europei, e ho avuto per la prima volta il senso di come il Buddismo sia una grande religione, una religione universale.

Tornando all’universalità dei diritti umani, come possiamo agire in loro favore senza calpestare l’identità delle altre culture? ...

Il punto è chiedersi: dobbiamo aiutare altri popoli, che ci sembrano oppressi, a volere quello che vogliamo noi? Bisogna per prima cosa rendersi conto che nel mondo ci sono oggi milioni e milioni di persone che non vogliono essere come noi.

Dico, specie ai giovani: «Siate orgogliosi di essere chi siete, però non pretendete che la vostra cultura abbia il monopolio di tutto, il monopolio della dignità della donna, il monopolio della civiltà, il monopolio della felicità, del benessere, del progresso. Analizzate, confrontatevi, difendete la vostra in maniera giusta, non violentemente». Io trovo bello, meraviglioso essere diversi. Pensate alle donne giraffa del nord della Birmania, che portano quei lunghi collari. È una tortura terribile, ma cosa dovremmo dire loro: «Toglieteveli»? Non solo il loro collo è diventato così lungo che levando il collare soffocherebbero, ma soprattutto in questo modo sarebbero private della loro identità. Tutta la vita sognano questo… Alla lunga se non gli andrà più bene saranno loro a cambiare, le trasformazioni economiche e culturali porteranno a questo mutamento, ma l’idea che ci debba essere un gruppo di donne americane che gli tolgono i collari è una follia.
Riguardo al burqa è lo stesso. Sono d’accordo che è l’espressione di un aspetto maschilista dell’Islam, ma è anche una tradizione di centinaia di anni. Ci sono gruppi di coraggiose donne afgane che risolveranno il problema. Ma mi chiedo nuovamente: dobbiamo aiutarle a volere quello che vogliamo noi?
Si ritorna a quanto dicevamo all’inizio: il rispetto delle altre culture è una grande cosa,
quello che va evitato è lo scontro tra civiltà, che porterà alla fine di tutto.
Mai come ora l’umanità ha avuto in mano armi di distruzione di massa così potenti, e questo rappresenta un pericolo per tutti gli esseri umani, ma l’idea che gli americani vogliono andare a bombardare Saddam Hussein per togliergli queste armi è assurda, come se solamente loro avessero il diritto di possederle.
Ma allora perché non ricominciamo da zero, non eliminiamo le armi e smettiamo di produrle?

 

Secondo lei oggi, nei conflitti, pesano più gli aspetti ideologici o quelli economici? Questa domanda mi permette di esprimere una mia posizione ben precisa. Direi anche che dietro c’è il petrolio, c’è l’interesse delle aziende militari che vogliono rinnovare tutto l’armamento, la voglia di essere una superpotenza.
Ma oggi voglio fare un passo in avanti: le vere radici della violenza, cioè della guerra, secondo me non sono fuori di noi. La violenza ha le sue radici dentro, nelle nostre passioni, nei nostri desideri, nella nostra voluttà, nel nostro arraffare, nel nostro voler possedere più che volere essere. Di questo sono assolutamente convinto, e quindi arrivo a dire che
LE RIVOLUZIONI ESTERNE SONO STATE DEI DISASTRI. Quelle di questo secolo le ho viste tutte, all’inizio o alla fine. Sulla fine della rivoluzione sovietica ci ho scritto un libro, Buonanotte signor Lenin. Che disastro, le montagne di morti, le montagne di lacrime, le tracce di orrore, di tristezza… E quella cinese? Quanti morti… E quella vietnamita? Perciò sono arrivato a questa conclusione, che è la mia ultima speranza: FORSE L’UNICA RIVOLUZIONE DA FARE È QUELLA INTERIORE, CHE NON FA MORTI, NON MASSACRA, NON LASCIA TRISTEZZA.
Ci vorrà tempo, forse due vite, tre, quattro generazioni, ma è questa una buona ragione per non cominciare? Dico sempre che SE OGNUNO DI NOI FA UNA PICCOLA COSA, ALLORA TUTTI INSIEME NE FACCIAMO UNA GRANDE.

La vita è una, siamo tutti collegati. Il Buddismo ha dato veramente il contributo più grande. Mi piace raccontarlo come fa Thich Nhat Hanh, quando dice che il tavolino che ha davanti è lì perché migliaia di cose hanno contribuito: quel seme, quel giorno che ha piovuto, quella pianta che è diventata albero dentro la foresta, il boscaiolo che va e lo taglia, e poi lo porta in una segheria dove c’è un falegname, e il falegname prende i chiodi, e anche i chiodi vengono da una miniera dove un giorno un altro signore è andato a comprarli. Bastava che il nonno del falegname non fosse nato, e quel tavolo non sarebbe stato lì…
Se la vita è così, allora perché vogliamo eliminarne un pezzo che non ci sta bene?
Se riuscissimo a dire: «SIAMO TUTTI PARTE DI QUESTA COSA», se riuscissimo con questa benedetta coscienza a prendere coscienza di chi siamo, dove siamo, da dove veniamo, dove andiamo, forse… Siccome sono vecchio e non ho più paura di essere preso per pazzo dico le cose che sento… e la gente questa pazzia la riconosce, è la pazzia di tutti, tutti vogliono vivere in pace, chi vuol mandare i propri figli a morire?
PERÒ SOLTANTO QUANDO SI VEDONO I MORTI ALTRUI COME PROPRI, QUANDO SI SENTE LA SOFFERENZA SUI CORPI DEGLI ALTRI COME SUL PROPRIO, ALLORA SI COMINCIA A RAGIONARE. IL CAMMINO DI PACE PUÒ PARTIRE DA TANTE CONSIDERAZIONI: SECONDO ME È L’UNICO CAMMINO OGGI. Qualcuno mi ha detto: ah, tu parli sempre della pace, ma in tutta la storia dell’umanità c’è stata sempre la guerra… Io ho risposto, citando Gandhi: ma perché ripetere la vecchia storia e non cominciarne una nuova?
L’essere umano che noi siamo oggi non è allo stadio definitivo, veniamo dalla scimmia, ci sono voluti cinque milioni di anni per diventare così. Questa non è la fine della nostra specie, è una parte della sua storia. Allora perché non approfittare ora di questa bella cosa che è la coscienza per fare un passo in su invece che in giù? Visto che possiamo ancora cambiare, perché non prendiamo la decisione di cambiare in meglio, un po’ più di fratellanza, un po’ meno violenza…
MA GUARDATEVI DAVVERO BENE ATTORNO, GUARDATE LA TELEVISIONE, SIAMO ALL’INIZIO DI UNA SVOLTA ORRIBILE DI DISUMANITÀ, DI ATROCITÀ, DI IMBARBARIMENTO… VOGLIAMO CONTINUARE IN QUESTA CATENA OPPURE, COME IO DICO, COGLIERE QUESTA BUONA OCCASIONE?

IN REALTÀ ANCHE NOI SIAMO COMPLICI DI TUTTO CIÒ.

IO DICO CHE SIAMO INCONSAPEVOLI COMPLICI, NON C’È DUBBIO, SIAMO CORRESPONSABILI. SE NON PRENDIAMO COSCIENZA E NON DICIAMO BASTA….

Come facciamo noi occidentali a vivere questa contraddizione? In realtà tutti virtualmente abbiamo bombardato l’Afghanistan.

CI SONO MOMENTI NELLA STORIA IN CUI VIVERE NORMALMENTE, COME SE NON FOSSE SUCCESSO NIENTE, È VERGOGNOSO. Bisogna arrestare un attimo la propria vita frenetica e dire no, parlare con gli altri, contarsi. Viviamo ancora in un sistema democratico, possiamo fare qualcosa.

Davvero sono preoccupato… le cose sono complicate, non mi aspetto niente di buono, senonché continuo a credere che questa possa essere ancora una buona occasione. Questi orribili mezzi di comunicazione di massa che oggi mi spaventano sono anche un potente aiuto.

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